Ci sono storie che non si guardano soltanto.
Si attraversano.
Dopo i recenti riconoscimenti ricevuti da Hamnet. Nel nome del figlio per la regia di Chloé Zhao, torno con il pensiero a quella narrazione silenziosa e intensa che mi aveva colpita fin dalla prima visione. Hamnet è un film che parla di amore, perdita e memoria senza mai alzare la voce.
Una storia che non cerca il clamore ma resta.
Ho scritto una riflessione più ampia sulla versione cinematografica dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice con la Zhao, pubblicato nel 2020. La trovate sulla rivista indipendente on line Mentinfuga. Buona lettura A presto
Hamnet. Nel nome del figlio di Chloé Zhao
Quando Will, William Shakespeare (Paul Mescal), protagonista maschile di Hamnet – Nel nome del figlio, incontra Agnes Hathaway (Jessie Buckley) resta folgorato dal magnetismo di quest’ultima. La ragazza, insofferente agli schemi del tempo, conduce un’esistenza da natural woman, secondo i dettami impartiti dalla madre – sensitiva e donna delle erbe, guardata con sospetto dagli abitanti di Stratford-upon-Avon – morta quando Agnes era ancora bambina. Vive con il padre e una matrigna che mal sopporta quella figliastra così sui generis, incarnazione di una diversità che inquieta.
Se vi va il resto dell’articolo potete leggerlo qui
Non mi stancherò mai di dire – e di scrivere- del grande valore e della grande presa che hanno su di me gli haiku. Brevi, essenziali e intensi, per me rappresentano una summa poetica di eccezionale bellezza, forse perché nella loro sintesi estrema sono la quintessenza della semplicità e della grazia.
In queste giornate di febbraio primaverili troppo precoci caratterizzate dalle mie parti da sole e tepore insoliti sono forse la forma letteraria in versi più azzeccata per cogliere le singole sensazioni di un mondo in lenta ma costante ripresa.
Ve ne propongo uno a firma di Yamaguchi Sodō, poeta giapponese del periodo Edo e grande amico di Matsuo Bashō. In queste poche righe c’è tutta una filosofia di vita che spinge a considerare due termini di paragone all’apparenza contrari, il tutto e il nulla. Pare quasi di vederla questa capanna, spoglia di ogni cosa ma pronta ad accogliere l’interezza di una Primavera in tutto il suo splendore. Una piccola ma significativa promessa di infinito nel più puro stile 侘寂 (wabi-sabi) fatto di un’estetica umile e incompleta ma paradossalmente benvenuto di un mondo di infinite possibilità.
Primavera
nella mia capanna
non c’è nulla e c’è tutto Yamaguchi Sodō (1642-1716)
Voci letterarie è la nuova rubrica della rivista indipendente on line Mentinfuga , uno spazio dedicato alle interviste ad autori e autrici contemporanei. Conversazioni a tutto tondo sulla scrittura, sugli autori e sulle loro opere.
Ad aprire la rubrica è Paolo Zardi, autore che ha attraversato con successo le forme del racconto e del romanzo, arrivando tra i finalisti del Premio Strega 2015.
Una conversazione che invita a entrare nella sua idea di letteratura e nel senso profondo del narrare oggi.
Buona lettura
Voci letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi
Nato a Padova nel 1970, Paolo Zardi è ingegnere elettronico e lavora nel settore dell’informatica, ma gli piace scrivere e, come dice, «questo mi definisce come essere umano». Vorrei che lei qui commentasse brevemente questa sua affermazione programmatica così forte, con riferimento al Paolo narratore e al Paolo professionista dell’informatica
Quando ho finito il liceo, avevo davanti a me diverse possibili strade, ciascuna delle quali avrebbe soddisfatto una specifica passione: la storia, la biologia, l’economia, l’informatica. In un mondo ideale, le giornate avrebbero così tante ore, e le vite così tanti anni, da consentire a ciascuno di noi di non dover rinunciare a qualcosa di importante; in questo mondo, invece, dove il tempo è sempre poco, si deve scegliere qualcosa, sapendo che tutto il resto dovrà essere abbandonato. La mia decisione di iscrivermi a ingegneria fu dettata da diversi motivi, non ultima la convinzione che una scelta più pragmatica mi avrebbe dato maggiori possibilità lavorative; e così per anni tutto il resto è passato in secondo piano. Una volta che mi sono assestato, però, sono riemerse le antiche passioni; ad alcune non sono riuscito a dare seguito, come la biologia (se potessi, mi iscriverei all’Università per approfondire certi argomenti), ma altre, invece, forse meno esose in termini di impegno, hanno trovato un loro spazio.
(…)
L’incomunicabilità nei rapporti interpersonali è da sempre uno dei mali più grandi del genere umano. Scegliere di non entrare in relazione con l’altro trincerandosi in una miriade di non detti in nome di un silenzio disumanizzante e mortifero una sorta di anticamera della non-vita.
Su 𝘔𝘦𝘯𝘵𝘪𝘯𝘧𝘶𝘨𝘢 la mia recensione de “Le cose non dette”di Gabriele Muccino,in cui questa tematica così attuale e pregnante è trattata con grande lucidità. Il film è tratto dal romanzo “Siracusa” della scrittrice americana Delia Ephron, autrice col regista della sceneggiatura, ed è la mia nuova proposta cinematografica per voi
Buona lettura
A presto
Le cose non dette di Gabriele Muccino
Quanto conta l’incomunicabilità in una relazione affettivo-sentimentale e nella vita più ampia? Le cose non dette, tratto liberamente dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, scrittrice americana che ne ha firmato la sceneggiatura assieme al regista, e ultima opera cinematografica di Gabriele Muccino, lascia allo spettatore il compito di ricavarne il peso specifico, proponendo una storia estremamente calata nella realtà e molto vicina alla quotidianità della gente comune.
Quando Evelina Frisa, giornalista e coordinatrice didattica del progetto “Università della Libera Età” Valle del Fino elaborato dall’Associazione Tramand’Arti mi ha chiesto nel luglio 2025 di incentrare la mia lectio sull’amore (“L’amore e le relazioni affettivo-sentimentali, Oltre la porta socchiusa” il titolo previsto) programmandola per gennaio 2026 confesso con onestà di aver leggermente sottovalutato la sua richiesta. In fondo cosa mai significherà parlare di amore? In un’epoca in cui la quotidianità di un sentimento così inclusivo annaspa nella liquidità imperante infarcita di pura virtualità (social docent) dietro paraventi digitali compiacenti?, mi sono detta.
E ho rimandato a data da venire il doveroso compito di sviluppare in poco più di un’ora l’argomento del mio intervento continuando a godermi le mie vacanze, il mio viaggio a Exeter e le giornate di mare al sole.
Ma i nodi, si sa, al pettine ci arrivano sempre. Ed è capitato che le mie parole di relatrice dovessero trovare ancoraggio in un periodo per me complesso, in una fase di ricalibratura esistenziale in cui mi sentivo tirata da una parte all’altra senza avere possibilità di muovermi per un verso o per l’altro. “Oltre la porta socchiusa” per i tipi di Arkadia (2024), mio ultimo romanzo dato alle stampe, è stato un formidabile assist per organizzare un intervento ad hoc per gli iscritti all’a.a. 2025-2026. Ed è stato un bene, perché ha impedito di cadere in inutili tecnicismi e psicologie da bar a una come me che prova a difendersi bene come prosatrice ma non ha ricette da proporre a nessuno di nessun tipo.
Ne è venuta fuori una chiacchierata empatica centrata su Alice e sugli uomini della sua vita, Carlo e Paride, protagonista e personaggi secondari ma comunque significativi di una danza affettivo-relazionale atemporale quando è imperniata su un sentimento vissuto con il principio di non tradirsi mai, neanche sull’onda di impulsi meravigliosi ma potenzialmente rischiosi. Nella penombra di un’aula dell’ex edificio scolastico di Appignano (TE), sede dell’Ule, ho parlato a cuore e mente aperti di Amore (questa volta lo scrivo con l’iniziale maiuscola) dividendo la mia dissertazione in questi sei segmenti su un filo scrittorio diacronico basandomi sulla successione degli eventi così come si presentano nel romanzo:
L’Amore come esperienza comune
Alice, una donna comune non un’eroina
Le relazioni socchiuse: quando non è “sì” ma non è neanche “no”
Quando l’amore chiede di essere fermato
Quando l’amore smette di essere relazione e diventa possesso
L’amore maturo, non bisogno ma possibilità: perché la riconciliazione non è una fiaba.
ph. credit: pinterestdotcom
Alla fine di questa mia ipotesi di lettura del mio libro è seguito un vivace dibattito che ha visto la partecipazione in assoluta par condicio di studenti e studentesse. Con gratitudine ho apposto la mia firma sul libretto di tutti loro, felice di questa possibilità di interpretazione di un sottotesto ulteriore (per me inimmaginabile, ai tempi della stesura di questo lavoro) racchiuso tra un’interlinea e l’altra. Perché il discorso di fondo è sempre lo stesso: un libro si fa in due, in una sinergia completa tra autore e lettore, in cui ciascuno di questi due termini di paragone dà ciò che può realmente dare. Il risultato finale è un’opera che si trasforma e si arricchisce del contributo personale di entrambi acquisendo significati sottesi che non vedono l’ora di essere con pazienza disvelati. Un approfondimento assolutamente paritario, direi democratico, che arricchisce in maniera reciproca il narratore e il ricevente rafforzando l’idea di circolarità del testo narrativo scritto.
Prima recensione dell’anno, stavolta filmica, per il sito mentinfuga . In deciso e voluto slow motion rispetto all’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche il mio POV sul film “Primavera” per la regia di Damiano Michieletto, liberamente tratto dal romanzo premio Strega 2009 Stabat Mater di Tiziano Scarpa.
Buona lettura e buona visione a tutti
Lucia
Primavera di Damiano Michieletto
Cecilia (Tecla Insolia) è un’orfana dalle origini incerte ospite dell’Ospedale della Pietà, celeberrimo orfanotrofio veneziano. L’unico elemento che ne individua la provenienza è il frammento di un’immagine custodita in un librone che reca le tracce delle madri biologiche di ciascuna di loro e che potrebbe costituire un elemento probante nel caso qualcuno venisse a reclamarle. Con sua madre Cecilia conserva un rapporto epistolare unilaterale e molto tormentato; scrive, infatti, nottetempo con amarezza e veemenza le sue considerazioni su un abbandono che l’ha segnata in modo indelebile (…)